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Joker - di Todd Phillips (c) 2019 - recensione di V.Z.

Aggiornamento: 27 ago 2021

Il burlone oscuro

"Lei indossa una maschera di apatia signor Wayne", concludeva, ai tempi di The Dark Night rises (di C. Nolan), il personaggio di Miranda Tate, interpretato da Marion Cotillard, rivolgendosi al famoso multimiliardario (Christian Bale).

Battuta garbatamente ironica e metafora usata dalla stessa Miranda per sedurre verbalmente l'affascinante Bruce e concludere la conversazione in modo originale e carismatico.

Perché alla fine, chissà come mai, tutto riconduce, per osmosi, alle "maschere" nevvéro Sig.ri Wayne e Fleck?.

Maschere più o meno reali, vere o presunte tali, indossate e sfoggiate per incutere timore e paura ma anche virtuali e latenti sottile tramite per nascondere il proprio carattere o meglio la propria natura. La vera natura che molti di noi non riescono o non vogliono svelare.

ahahahahahaha!

So che può sembrare strano dare il via ad una pseudo recensione di Joker, partendo da un lungometraggio di tutt'altro genere (e di qualche anno fa), che racconta le gesta del cavaliere oscuro, ma alla fine dei conti, chi di noi non ha mai indossato una maschera?.

Ma passiamo oltre.

In questi giorni e nei giorni che hanno preceduto l'uscita di Joker, ho letto e ascoltato molte opinioni sul lungometraggio in questione. Lo faccio quasi sempre se il topic o il soggetto mi incuriosisce e mi affascina. Ah, curiosità canaglia!.

Il primo grande riconoscimento avviene con la consegna del Leone d'oro al festival di Venezia come miglior film. Critica e pubblico, stranamente d'accordo, letteralmente impazziti per l'interpretazione magistrale di Joaquin Phoenix (attore fortunato e/o condannato a dare il meglio di se in ruoli per lo più da villain, molto introspettivi e complicati da portare sullo schermo e in questo caso specifico, ancor più difficile, in maniera totalmente diversa dai suoi illustri predecessori, tutti di altissimo livello a partire da J. Nicholson fino ad arrivare a H. Ledger). Superfluo aggiungere che all'interno della pellicola in questione si trovano innumerevoli contaminazioni di film d'autore di altissimo profilo e citazioni al quale il film stesso strizza l'occhiolino con grande classe (secondo me), ovvero: Taxi Driver, Drive, Bronson, Tempi moderni, Un giorno di ordinaria follia, Il cacciatore (e la roulette russa), Il giustiziere della notte, Cantando sotto la pioggia e chi più ne ha più ne metta.

ahahahahahahah!

Faccio un breve incipit. Joker è in questo reboot del racconto, una sorta di creatura tutta "nuova" scaturita dall'universo DC comics (non mi riferisco al personaggio ma al mood con il quale viene reinventato), lontana anni luce dalle precedenti produzioni milionarie che hanno dato altalenanti risultati al botteghino (il film è costato "solo" 55 mil. di dollari). Una vera e propria sfida, per rilanciare e dare lustro e ancor più avvolgente spessore al personaggio, modellandogli una forma e una caratterizzazione del tutto unica dilatando il racconto delle sue origini che, a partire dai fumetti più datati sono sempre state molto confuse o poco articolate. A tutto questo e a completamento vi è l'ineguagliabile mimica e capacità interpretativa di J. Phoenix. Davvero straordinario e quasi affascinante anche se spietatamente affascinante.

Quindi, ricapitolando, la DC opta per dimenticare volontariamente sia le scelte iconiche iniziali introdotte da Man of steel e Batman vs. Superman, dopate di azione, sia le scelte più ironiche e dramedy come Wonder Woman, Suicide Squad, Aquaman, Justice League, per cambiare decisamente rotta (soggetto, sceneggiatura e ritmo), ovvero, pur confermando le atmosfere cupe (un must che orgogliosamente differisce la DC comics dalla Marvel) decide di donare nuova linfa iniettando dosi massicce di influenza Kafkiana dentro, fuori e intorno al loro clown oscuro (anche se variopinto).

ahahahahahahah!

Joker, non è certamente un film per ragazzini. Non spaventatevi però. Non pensate inoltre che sia un film cervellotico o di difficile comprensione, ma non aspettatevi un film d'azione, una commedia o un film leggero. Perché Joker è tutto tranne che un film d'azione, una commedia o un film di genere. Joker è Joker, punto. Perché di fatto di questo tipo di burlone ce n'è uno solo (solo uno? siamo sicuri?).

La cosa buffa è che la frase che mi ha da subito colpito pronunciata da Joker, ovvero, "Pensavo che la mia vita fosse una tragedia, ma ora mi rendo conto che è una commedia" contiene in modo intrinseco il significato che in tutta probabilità allontana di più lo spettatore dal comprendere l'evoluzione/involuzione del personaggio.

Adesso, bando alle ciance. Dismettiamo i nostri abiti civili. Armiamoci di cappotto, deerstalker e incominciando a fumare una buona pipa, trasformiamoci per qualche istante in tanti Cervellock Holmes, investigatori della psiche, nel tentativo di comprendere chi è Arthur Fleck, quali sono le cause/conseguenze che lo hanno trasformato in quel famigerato, riluttante e spregevole Joker. Cosa arriva a rappresentare il Joker stesso ed elemento ancor più importante: scopriamo che diamine di senso ha questo film!.

ahahahahahahah!

Quindi, chi è Arthur Fleck, tanto per cominciare?

Arthur Fleck è un uomo solo. O meglio quasi del tutto solo. Vicino ai quarant'anni presumibilmente.

Non ha una compagna né una moglie. Non ha figli. Vive con sua madre, della quale si prende cura, in un piccolo appartamento di un quartiere malfamato e fatiscente di Gotham. Trascorre le sue giornate da una psicologa delegata dai servizi sociali, oppure fuori, in strada o in un ospedale per bambini, camuffato da clown nel tentativo di racimolare qualche soldo e di far ridere le persone che hanno più bisogno di un sorriso. Il suo datore di lavoro, probabilmente il responsabile di un circo, gli propone lavoretti saltuari che lui utilizza come sostentamento ma soprattutto per cercare e trovare uno scopo nella vita. Inoltre Arthur soffre di una grave patologia psicologica (schizofrenia, presumo) la quale gli provoca una risata continua che si manifesta senza controllo alcuno e che fa fatica ad arginare se non con l'aiuto di potenti farmaci antidepressivi.

Nel frattempo la città di Gotham, spezzata in due fazioni è allo sbando. Da una parte, una piccola nicchia composta da ricconi e dall'altra la parte prevalente, i poveri, che galleggiano e cercano di sopravvivere nei bassifondi delle periferie. Un mondo che sovrasta l'altro senza nessuna pietà.

La miseria, diffusa ovunque, la mancanza quasi totale di istituzioni, i media che controllano il pensiero delle menti più fragili e la violenza dilagante gratuita, senza moventi e pressoché continua, col passare del tempo, non fanno altro che alimentare la solitudine e ingigantire la presunta inutilità sociale di Arthur.

Quante persone si saranno rispecchiate in questo contesto? mi domando.

Come fa un uomo che non ha un solo motivo per essere felice, poter rendere felici gli atri?

"Dottoressa io ho solo pensieri negativi, lei non mi ascolta".

Risponde Fleck alla psicologa qualche giorno dopo l'ennesima e ridondante domanda "Arthur come stai? stai facendo progressi? hai più pensieri positivi o negativi"?.

Arthur, fuma e praticamente fuma per tutto il film. A stento si nutre. Riesce anche a creare una sorta di interazione interpersonale con la vicina di casa, una ragazza madre, molto buona e gentile. Arriva perfino a seguirla, ma non ha il coraggio di parlarle. Sarà lei a prendere l'iniziativa.

Nel frattempo, tra una sigaretta e l'altra consumata avidamente dallo stesso Arthur, dal municipio della città il multimiliardario Thomas Wayne (padre di Bruce Wayne, futuro Batman, in questo film, ancora bambino), si candida come nuovo sindaco promettendo un radicale cambiamento in positivo dello status quo, forte delle risorse economiche infinite e fiero della sua integrità morale e umana.

ahahahahahahah!

Arthur, invece sta cercando semplicemente di sopravvivere.

Tra un pestaggio e l'altro, tra un sopruso e l'altro, subiti senza una ragione d'essere, finito il "lavoro", percorre, ogni maledetto giorno, una lunghissima scalinata, grigia e buia come la sua vita, per raggiungere casa e la sua amata mamma.

La scala grigia della vita? chissà.

"Mamma sono tornato", le dice. Cenano insieme, parlano insieme, lui le fa il bagno e le racconta la giornata. Lei gli chiede di consegnare una lettera a Thomas Wayne, dicendogli che il buon miliardario li avrebbe aiutati, dato che lei in passato aveva servito alla Wayne Manor. Questa lettera, per fare felice la madre, Arthur la spedisce ogni mattina e nel tardo pomeriggio del giorno successivo controlla se la risposta è arrivata, aprendo la casella delle lettere, che invece risulta essere sempre vuota. Niente, nisba. Incomincia ad odiare o quasi Thomas Wayne.

Al termine di ogni giornata sia Arthur che Penny, la madre, guardano insieme uno spettacolo di intrattenimento in tv (molto simile al David Letterman Show) condotto dall'anchorman Murray Franklin (Robert De Niro), specializzato nel lanciare comici e artisti talentuosi, debuttanti o famosi. Un uomo di successo. Entrambi amano questa trasmissione.

Arthur arriva a vivere nel sogno americano di Franklin, proietta la sua immaginazione fino a sognarsi in quello show televisivo. E incredibile a credersi, alla fine ci riuscirà, anche se in altre sembianze, come facilmente si può intuire.

La svolta nel racconto avviene però nel momento in cui un collega regala una pistola ad Arthur, per rendere la vita del suo "amico" un po' più sicura. Arthur inizialmente scettico, accetta. Quell'arma lo spaventa e lo seduce allo stesso tempo. Adesso anche lui ha finalmente un'amica fidata.

Amica che non lo deluderà da subito, infatti, una sera, dopo aver lavorato come clown in un ospedale per ragazzini e dopo essere stato licenziato (non vi dirò il perché, tanto è superfluo), seduto sulla metrò diretta verso casa, viene aggredito da tre ex impiegati di T. Wayne, frustrati e arroganti che lo riempiono di calci e botte fino quasi ad ucciderlo. Sarà questo il punto di non ritorno, il momento del click, la volta in cui Arthur sarà Arthur per l'ultimo istante della sua vita.

Quello che si rialza a stento, malconcio è il clown oscuro. Il clown però non scherza ed apre il fuoco uccidendo senza pietà i tre individui. Inseguendo l'ultimo ferito fino alle scale freddandolo senza la minima esitazione.

Arthur muore li. Insieme ai tre sconosciuti.

ahahahahahahah!

Joker appare in tutta la sua crudeltà e con tutta la rabbia e la sete di vendetta che ha da sempre nascosto. Si rifugia nella casa della sua "amica" (la giovane madre single) che, spaventata, lo allontana dal suo appartamento.

"E' stata una giornata molto dura", le dice, prima di uscire.

La polizia non indugia e incomincia ad indagare cercando un uomo vestito da clown, un assassino, interrogando le persone ad Arthur più vicine.

Non voglio raccontare tutta la trama e vi lascerò qualche dettaglio nascosto. Quello che vi posso dire è che da quel momento, scoprirà che le poche persone che lui abbia mai amato, il suo collega, la sua mamma, lo deluderanno fino ad ucciderlo ancora una volta. Scoprirà dettagli del suo passato agghiaccianti che lo caricheranno ancor di più dando libero sfogo alla sua totale e inarginabile follia.

Adesso sono davvero solo. Non ho più nulla da perdere. Sarà solo vendetta e caos.

La scalinata grigia, buia ed alta, verso casa, difficile da salire diventa finalmente luce e palcoscenico. Palcoscenico dove il Joker potrà essere se stesso, protagonista assoluto, one man show, danzando e illuminando la platea (anche se assente). Quella platea che Arthur aveva potuto solo sognare.

I media che trasmettono notizie a raffica, invece che scaturire sdegno ed indignazione tra la gente, fanno, involontariamente, di lui una sorta di mentore della rivincita dei deboli, un esempio, un simbolo da seguire per quelli che come Joker stesso non sentono di avere una vita o un futuro. Tutti possono essere dei clown, tutti sono Joker. Tutti possono indossare una maschera da clown e nascondersi facendosi vedere e sentire. Tutti temeranno i seguaci di Joker.

ahahahahahahah! Metti un sorriso sul tuo viso!.

Prima di trasformarsi in Joker e di indossare perennemente la sua maschera, Arthur viene notato da Murray Franklin, durante un'esibizione alquanto bizzarra in un locale semideserto, il quale arriva ad invitarlo in diretta al suo show serale. Ma ahimè, non si troverà più di fronte l'Arthur che pensava di trovare.

"Senta Sig. Franklin, potrebbe farmi un favore? mi può annunciare come Joker?".

Il resto lo vedrete al cinema o a casa da soli.

Ho trovato gli ultimi cinque/dieci minuti del film meravigliosi. Ovvero il momentaneo smarrimento del burlone oscuro e la nascita in parallelo del futuro cavaliere, oscuro. Genesi e nemesi.

"Il bene e il male risorgeranno proprio li dove li avevamo sepolti" (cit. da The Dark Knight Rises).

Per concludere. Joker è un film d'autore senza dubbio alcuno, caratterizzato da una fotografia curata nei minimi dettagli dove prevalgono i colori: rosso, verde, giallo, arancione, grigio e nero scuro, che rispecchiano i colori dell'outfit del clown e della sua natura malata. Azione praticamente azzerata o quasi, se non per le estemporanee esplosioni di violenza inaspettate e molto brevi. Monoritmico. La sceneggiatura è ridotta all'osso ma le frasi che la compongono sono destinate a diventare un cult nel cinema. La regia è eccellente e gli attori, anche se marginali, sono caratterizzati molto bene. L'interpretazione di Phoenix è superlativa, riesce perfino a recitare senza parlare, solo respirando. Il resto lo fa il suo sguardo, penetrante e smarrito al tempo stesso. Sorprendente anche la sua capacità di improvvisare un balletto o il modo scoordinato e al tempo stesso geniale con il quale riesce a correre per alcuni tratti del film. Del resto Phoenix mi aveva colpito in passato in più di un lungometraggio. Non mi sento di paragonarlo a Nicholson o Ledger, mi limito a dare una mia opinione sulla sua versione del Joker. Di sicuro unica ed inimitabile. Un viaggio nell'abisso più profondo della mente umana. Il punto di non ritorno di un uomo malato, fragile e vulnerabile, che si tramuta in belva.

Le motivazioni che danno vita a Batman e a Joker, provengono da forti traumi subiti in fase adolescenziale e nel corso della vita. Queste metafore della vita, questa sorta di iperbole, questo dualismo è la forza e la ragione del grande successo di questi due personaggi così diversi e allo stesso tempo così simili. La trasposizione del bene e la sua nemesi, il suo opposto, il male.

Joker si sentirebbe solo senza Batman e forse anche Batman avrebbe bisogno di Joker per essere ciò che ha scelto di essere. Un inseguimento continuo, una lotta senza esclusione di colpi, fino ad un epilogo ancora non scritto. Dopo una vita da emarginato una persona può scegliere se essere un esempio e un condottiero al servizio del bene o un emissario e un emulatore al servizio del male.

La differenza è che in questo caso il male è in qualche modo conseguenza di patologie gravi e di dolore subito, quindi ben definito, non come il male che sempre più di frequente si manifesta ai giorni nostri, avulso da motivazioni represse o moventi o cause tangibili. Dopotutto la violenza è ovunque: nelle parole, nell'educazione che latita, negli esempi, nei modelli, nei comportamenti, nei giochi, nei video, nel caos.

Poi, dopotutto, chi può saperlo, troppo complicata la società di oggi, meglio rifugiarsi (forse) momentaneamente in quella del 1981 che, seppur violenta, almeno è finta.

In una corte che si rispetti, ci sono il re, la regina, i sudditi, l'aristocrazia, i giullari e l'eroe della storia, la guardia nascosta, il cavaliere.

E quindi, dico io, come in ogni corte che si rispetti, il cavaliere oscuro ha bisogno del suo personale burlone (giullare) oscuro per renderlo felice.

Quindi caro Batman, preparati anche tu a mettere un sorriso sul tuo bel viso.

Voto complessivo: 8.

PS: Logan - The Wolverine, rimane, a mio avviso, il miglior film del genere cinecomic fin qui realizzato.Il Burlone oscuro

(Joker - di Todd Phillips - 2019)

recensione di V.Z.

"Lei indossa una maschera di apatia signor Wayne", concludeva, ai tempi di The Dark Night rises (di C. Nolan), il personaggio di Miranda Tate, interpretato da Marion Cotillard, rivolgendosi al famoso multimiliardario (Christian Bale).

Battuta garbatamente ironica e metafora usata dalla stessa Miranda per sedurre verbalmente l'affascinante Bruce e concludere la conversazione in modo originale e carismatico.

Perché alla fine, chissà come mai, tutto riconduce, per osmosi, alle "maschere" nevvéro Sig.ri Wayne e Fleck?.

Maschere più o meno reali, vere o presunte tali, indossate e sfoggiate per incutere timore e paura ma anche virtuali e latenti sottile tramite per nascondere il proprio carattere o meglio la propria natura. La vera natura che molti di noi non riescono o non vogliono svelare.

ahahahahahaha!

So che può sembrare strano dare il via ad una pseudo recensione di Joker, partendo da un lungometraggio di tutt'altro genere (e di qualche anno fa), che racconta le gesta del cavaliere oscuro, ma alla fine dei conti, chi di noi non ha mai indossato una maschera?.

Ma passiamo oltre.

In questi giorni e nei giorni che hanno preceduto l'uscita di Joker, ho letto e ascoltato molte opinioni sul lungometraggio in questione. Lo faccio quasi sempre se il topic o il soggetto mi incuriosisce e mi affascina. Ah, curiosità canaglia!.

Il primo grande riconoscimento avviene con la consegna del Leone d'oro al festival di Venezia come miglior film. Critica e pubblico, stranamente d'accordo, letteralmente impazziti per l'interpretazione magistrale di Joaquin Phoenix (attore fortunato e/o condannato a dare il meglio di se in ruoli per lo più da villain, molto introspettivi e complicati da portare sullo schermo e in questo caso specifico, ancor più difficile, in maniera totalmente diversa dai suoi illustri predecessori, tutti di altissimo livello a partire da J. Nicholson fino ad arrivare a H. Ledger). Superfluo aggiungere che all'interno della pellicola in questione si trovano innumerevoli contaminazioni di film d'autore di altissimo profilo e citazioni al quale il film stesso strizza l'occhiolino con grande classe (secondo me), ovvero: Taxi Driver, Drive, Bronson, Tempi moderni, Un giorno di ordinaria follia, Il cacciatore (e la roulette russa), Il giustiziere della notte, Cantando sotto la pioggia e chi più ne ha più ne metta.

ahahahahahahah!

Faccio un breve incipit. Joker è in questo reboot del racconto, una sorta di creatura tutta "nuova" scaturita dall'universo DC comics (non mi riferisco al personaggio ma al mood con il quale viene reinventato), lontana anni luce dalle precedenti produzioni milionarie che hanno dato altalenanti risultati al botteghino (il film è costato "solo" 55 mil. di dollari). Una vera e propria sfida, per rilanciare e dare lustro e ancor più avvolgente spessore al personaggio, modellandogli una forma e una caratterizzazione del tutto unica dilatando il racconto delle sue origini che, a partire dai fumetti più datati sono sempre state molto confuse o poco articolate. A tutto questo e a completamento vi è l'ineguagliabile mimica e capacità interpretativa di J. Phoenix. Davvero straordinario e quasi affascinante anche se spietatamente affascinante.

Quindi, ricapitolando, la DC opta per dimenticare volontariamente sia le scelte iconiche iniziali introdotte da Man of steel e Batman vs. Superman, dopate di azione, sia le scelte più ironiche e dramedy come Wonder Woman, Suicide Squad, Aquaman, Justice League, per cambiare decisamente rotta (soggetto, sceneggiatura e ritmo), ovvero, pur confermando le atmosfere cupe (un must che orgogliosamente differisce la DC comics dalla Marvel) decide di donare nuova linfa iniettando dosi massicce di influenza Kafkiana dentro, fuori e intorno al loro clown oscuro (anche se variopinto).

ahahahahahahah!

Joker, non è certamente un film per ragazzini. Non spaventatevi però. Non pensate inoltre che sia un film cervellotico o di difficile comprensione, ma non aspettatevi un film d'azione, una commedia o un film leggero. Perché Joker è tutto tranne che un film d'azione, una commedia o un film di genere. Joker è Joker, punto. Perché di fatto di questo tipo di burlone ce n'è uno solo (solo uno? siamo sicuri?).

La cosa buffa è che la frase che mi ha da subito colpito pronunciata da Joker, ovvero, "Pensavo che la mia vita fosse una tragedia, ma ora mi rendo conto che è una commedia" contiene in modo intrinseco il significato che in tutta probabilità allontana di più lo spettatore dal comprendere l'evoluzione/involuzione del personaggio.

Adesso, bando alle ciance. Dismettiamo i nostri abiti civili. Armiamoci di cappotto, deerstalker e incominciando a fumare una buona pipa, trasformiamoci per qualche istante in tanti Cervellock Holmes, investigatori della psiche, nel tentativo di comprendere chi è Arthur Fleck, quali sono le cause/conseguenze che lo hanno trasformato in quel famigerato, riluttante e spregevole Joker. Cosa arriva a rappresentare il Joker stesso ed elemento ancor più importante: scopriamo che diamine di senso ha questo film!.

ahahahahahahah!

Quindi, chi è Arthur Fleck, tanto per cominciare?

Arthur Fleck è un uomo solo. O meglio quasi del tutto solo. Vicino ai quarant'anni presumibilmente.

Non ha una compagna né una moglie. Non ha figli. Vive con sua madre, della quale si prende cura, in un piccolo appartamento di un quartiere malfamato e fatiscente di Gotham. Trascorre le sue giornate da una psicologa delegata dai servizi sociali, oppure fuori, in strada o in un ospedale per bambini, camuffato da clown nel tentativo di racimolare qualche soldo e di far ridere le persone che hanno più bisogno di un sorriso. Il suo datore di lavoro, probabilmente il responsabile di un circo, gli propone lavoretti saltuari che lui utilizza come sostentamento ma soprattutto per cercare e trovare uno scopo nella vita. Inoltre Arthur soffre di una grave patologia psicologica (schizofrenia, presumo) la quale gli provoca una risata continua che si manifesta senza controllo alcuno e che fa fatica ad arginare se non con l'aiuto di potenti farmaci antidepressivi.

Nel frattempo la città di Gotham, spezzata in due fazioni è allo sbando. Da una parte, una piccola nicchia composta da ricconi e dall'altra la parte prevalente, i poveri, che galleggiano e cercano di sopravvivere nei bassifondi delle periferie. Un mondo che sovrasta l'altro senza nessuna pietà.

La miseria, diffusa ovunque, la mancanza quasi totale di istituzioni, i media che controllano il pensiero delle menti più fragili e la violenza dilagante gratuita, senza moventi e pressoché continua, col passare del tempo, non fanno altro che alimentare la solitudine e ingigantire la presunta inutilità sociale di Arthur.

Quante persone si saranno rispecchiate in questo contesto? mi domando.

Come fa un uomo che non ha un solo motivo per essere felice, poter rendere felici gli atri?

"Dottoressa io ho solo pensieri negativi, lei non mi ascolta".

Risponde Fleck alla psicologa qualche giorno dopo l'ennesima e ridondante domanda "Arthur come stai? stai facendo progressi? hai più pensieri positivi o negativi"?.

Arthur, fuma e praticamente fuma per tutto il film. A stento si nutre. Riesce anche a creare una sorta di interazione interpersonale con la vicina di casa, una ragazza madre, molto buona e gentile. Arriva perfino a seguirla, ma non ha il coraggio di parlarle. Sarà lei a prendere l'iniziativa.

Nel frattempo, tra una sigaretta e l'altra consumata avidamente dallo stesso Arthur, dal municipio della città il multimiliardario Thomas Wayne (padre di Bruce Wayne, futuro Batman, in questo film, ancora bambino), si candida come nuovo sindaco promettendo un radicale cambiamento in positivo dello status quo, forte delle risorse economiche infinite e fiero della sua integrità morale e umana.

ahahahahahahah!

Arthur, invece sta cercando semplicemente di sopravvivere.

Tra un pestaggio e l'altro, tra un sopruso e l'altro, subiti senza una ragione d'essere, finito il "lavoro", percorre, ogni maledetto giorno, una lunghissima scalinata, grigia e buia come la sua vita, per raggiungere casa e la sua amata mamma.

La scala grigia della vita? chissà.

"Mamma sono tornato", le dice. Cenano insieme, parlano insieme, lui le fa il bagno e le racconta la giornata. Lei gli chiede di consegnare una lettera a Thomas Wayne, dicendogli che il buon miliardario li avrebbe aiutati, dato che lei in passato aveva servito alla Wayne Manor. Questa lettera, per fare felice la madre, Arthur la spedisce ogni mattina e nel tardo pomeriggio del giorno successivo controlla se la risposta è arrivata, aprendo la casella delle lettere, che invece risulta essere sempre vuota. Niente, nisba. Incomincia ad odiare o quasi Thomas Wayne.

Al termine di ogni gi